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Marco Di Vaio, il bomber che non ha mai lasciato Bologna

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Da capitano e goleador a direttore sportivo: la storia di Marco Di Vaio, simbolo del Bologna ieri in campo e oggi dietro le quinte del progetto rossoblù.

Questa è la quarta puntata di Nostalgia Rossoblù, il format dedicato al Bologna del passato a cura de La Mente Nostalgica

Marco Di Vaio è il filo rosso che unisce due Bologna diversi: quello che lottava per salvarsi aggrappandosi ai suoi gol, e quello di oggi che vola in alto grazie anche alle sue scelte dietro la scrivania. È rimasto sempre lo stesso, solo che al posto della maglia numero 9 ora indossa giacca e taccuino, ma il cuore è ancora quello di un centravanti rossoblù.

Il bomber che ha scelto Bologna

Quando arriva sotto le Due Torri nel 2008, Marco Di Vaio ha già girato mezzo mondo del calcio: Parma, Juventus, Valencia, Monaco, Genoa. A Bologna però succede qualcosa di diverso, quasi intimo: prende per mano una neopromossa piena di paure e la trascina a suon di gol, 24 soltanto nel primo anno, in una stagione che lo porta sul podio dei capocannonieri di Serie A.

Il Dall’Ara scopre un attaccante che non segna solo, ma vive la partita come un tifoso in campo: braccia al cielo, sguardo alla Curva Andrea Costa, esultanze che diventano abbracci collettivi. Gol al Milan, alla Juventus, reti pesanti nella lotta salvezza, fino a raggiungere quota 65 gol in Serie A con il Bologna, numeri che lo mettono nella storia del club e lo consegnano definitivamente al pantheon rossoblù.

Il capitano nelle stagioni difficili

Di Vaio non è solo il bomber di un anno magico, ma il capitano delle stagioni complicate. Mentre la società vive cambi di proprietà e incertezze, lui resta il volto affidabile, il riferimento tecnico e morale di un gruppo che si affida al suo carisma per restare in piedi.

Ogni gol sembra un atto di responsabilità, più che un gesto istintivo: la doppietta a Torino contro la Juventus, le reti pesanti contro le dirette concorrenti, le statistiche che crescono mentre Bologna lotta per restare dove merita, nella massima serie. In quegli anni, per molti tifosi, il Bologna è semplicemente “il Bologna di Di Vaio”, una squadra che si specchia nel suo capitano, generoso, orgoglioso, mai rassegnato.

 

Dalla maglia alla scrivania

Nel 2012 lascia Bologna come giocatore, ma in realtà non se ne va davvero: dopo l’ultima parentesi in Canada, nel 2015 torna ufficialmente in società come club manager, iniziando una seconda vita sempre al servizio dei colori rossoblù.

Passa dal campo agli uffici, dai tagli in area alle riunioni di mercato, imparando il mestiere accanto a figure esperte e diventando via via una colonna della dirigenza.

Negli anni successivi guida lo scouting, osserva partite, studia profili, accumula relazioni e credibilità: dietro a tanti colpi intelligenti del Bologna moderno c’è anche il suo sguardo, quello di un ex attaccante che sa riconoscere il talento e il carattere nei ragazzi che devono ancora esplodere.

Il direttore sportivo del Bologna che sogna

Nel 2022 arriva la promozione a direttore sportivo: Di Vaio diventa il regista silenzioso del Bologna che cambia passo, abbassa l’età media, punta su giovani da far crescere e su un progetto tecnico sostenibile. Insieme agli allenatori, prima Thiago Motta e poi i suoi successori, costruisce una squadra intensa, moderna, capace di stupire l’Italia e affacciarsi all’Europa che conta.

Porta a Bologna giocatori che molti consideravano scommesse, come Calafiori, Ferguson, Lucumí, trasformandoli in protagonisti di un gruppo che arriva fino alla qualificazione in Champions League, consacrando il club tra le realtà emergenti del calcio italiano. Mentre il mondo parla del Bologna “rivelazione”, chi conosce la storia del club sa che dietro quel salto in avanti c’è anche l’ex numero 9, che oggi segna in modo diverso: con firme sui contratti, intuizioni di mercato e una visione chiara del futuro rossoblù.

Così, Marco Di Vaio resta sempre lo stesso: ieri bomber con la fascia al braccio, oggi direttore sportivo, ma da qualunque posizione continui a guardarlo, il suo orizzonte non cambia mai. È lo stesso di quel ragazzo arrivato nel 2008: lo stadio Dall’Ara, la maglia rossoblù, e un Bologna da portare ogni anno un gradino più in alto.

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Hector Puricelli, testina d’oro

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Hector Puricelli, testina d’oro.

Oggi ricorre il centodecimo anni dalla sua nascita.

La rivista “Guerin Sportivo” lo posizionò al diciannovesimo posto in una classifica dei cento rossoblù di sempre.

Il sommo giornalista  ‘Civ’ scrisse di lui: “Testina d’Oro perché quasi tutti i suoi tanti gol li infilava incornando spietatamente”.

Ettore Puricelli Debuttò in Serie A e con i felsinei il 18 settembre 1938, tre giorni dopo il suo compleanno.

E si fece un bel regalo, andando a segno.

Con il Bologna conquistò due scudetti e vinse altrettante volte la classifica cannonieri (la prima in coabitazione con il rossonero Aldo Boffi).

In Italia vestì anche le maglie di Lecco, Milan e Legnano.

Appese le scarpe al chiodo. ha allenato poi diversi club.

Nella sua carriera da allenatore manca però il Bologna.

Ad ogni modo. oggi un Hector Puricelli testina d’oro farebbe comodo a questo Bologna.

Sempre che arrivino i cross.

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Il parere dell'esperto

Kevin Bonacina arbitra Napoli Bologna

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Chi è Juan Luca Sacchi

Kevin Bonacina arbitra Napoli Bologna.

Ponetevi sempre degli obiettivi, nel breve e nel lungo termine.

“La carriera di un arbitro non è mai una linea retta, servono impegno e metodo per raggiungere ciascuno il proprio sogno”.

E’ quanto evidenziato in uno dei suoi incontri sezionali Kevin Bonacina, arbitro designato per Napoli Bologna
Una chiamata prestigiosa sul prato del “Diego Armando Maradona”.

Rappresenta un test cruciale per il direttore di gara lombardo.
La direzione di un match come Napoli-Bologna impone una rigorosa applicazione del regolamento.

Il tutto unito ad una spiccata capacità di game management.

La gestione dei flussi di gioco, il controllo delle proteste e la reattività nel supporto alla tecnologia VAR.

Questi rappresentano i parametri chiave sui quali verrà valutata la sua prestazione.

Kevin Bonacina arbitra Napoli Bologna.
L’impegno al “Maradona” si configura non soltanto come una tappa di rilievo nel percorso di maturazione all’interno della CAN.

E’ anche il risultato dell’applicazione pratica del modello di rigore e presenza della sua personalità.

Che lo stesso Bonacina ha promosso nel suo lavoro formativo con l’Associazione Italiana Arbitri.

Ha solo 2 precedenti con il Bologna; entrambi i casi i match sono finiti in parità.

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L’ira funesta di Artem Dovbyk

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Dovbyk

La storia di Dovbyk racchiusa in un’esultanza che ha fatto discutere per le tempistiche, ma fondamentalmente necessaria per l’ucraino.

Cross in area di rigore del Sassuolo, Idzes spazza ma non troppo, Libra raccoglie la sfera e carica un destro potente, Muric ci arriva ma non riesce a trattenere. Dovbyk allora arpiona il pallone sulla respinta e con il sinistro batte il portiere neroverde. Dopodiché, l’episodio “chiave”, se così vogliamo definirlo: l’ex Roma esulta, com’è giusto che sia, tuttavia invece di riportare la palla al centro per tentare il ribaltone completo, si toglie la maglia, boxa sulla bandiera ed esplode in un urlo flettendo i muscoli.

Cosa racchiude l’esultanza di Dovbyk?

Leggendo sui social, molti non hanno digerito questa perdita di tempo dell’ucraino, il quale ha così anteposto l’ego rispetto al gruppo. Un dogma che è stato sviscerato da Fenucci in conferenza stampa narrando della vicenda Rowe. Sulla carta, è giusto pensarla così: la squadra viene prima del singolo. In un calcio dove le bandiere oramai sono estinte, il tifoso non può che affezionarsi al club di appartenenza.

Ma questa volta penso sia giusto un po’ di sano egoismo.

E non parlo dell’attaccante che, invece di appoggiarla facilmente verso il compagno, prova a battere il portiere con un tiro che viene neutralizzato. Questa volta vorrei invece sottolineare i trascorsi di un calciatore che è finito in un vortice di negatività e che ci auguriamo tutti possa aver spazzato quel turbine con l’urlo a squarciagola al Dall’Ara.

Dovbyk, classe 1997, approda nel calcio di prestigio nel 2023 al Girona, club da centro-destra della classifica, e trascina gli spagnoli in Champions League a suon di gol in un’impresa paragonabile a quella del Bologna di Thiago Motta (stessa annata, tra l’altro). Forte dei suoi 24 stagionali, il giocatore accetta l’offerta della Roma e si trasferisce nella Capitale, ma il rapporto non è propriamente idilliaco. Arrivato per 35 milioni e nonostante i 17 gol siglati nella stagione 2024/25, Artem non ha conquistato le simpatie del tifo giallorosso: troppo macchinoso, poco mobile e non aiuta la squadra nella fase di non possesso. Con l’avvento dell’annata 2025/26, la situazione peggiora. Giunge Gasperini e l’ex Girona vede diminuire il suo minutaggio drasticamente, diventando così una zavorra per l’allenatore; si aggiungerà poi un infortunio alla coscia che lo terrà fuori più di metà campionato, relegandolo definitivamente ai margini del club.

Ecco quindi che si arriva all’episodio di domenica scorsa: un attaccante che, da quando è arrivato in Italia, non è mai stato troppo sereno, le sue esultanze non erano mai state vistose e che ha dovuto lottare con i demoni interiori. Indietro di condizione, tanto che Tedesco ha preferito Piccoli titolare nelle prime 3 partite, Dovbyk non ha sfoggiato delle prestazioni indimenticabili, per usare un eufemismo. E chissene frega se al 91esimo minuto non è tornato a centrocampo per ripartire veloce. Certe volte un gol può valere più di una semplice partita e questo è il caso.

Ci auguriamo davvero che Artem possa rinascere sotto le luci del Dall’Ara perché il Bologna ne ha veramente bisogno.

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