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Bologna, il 4-1 col Pisa fa riflettere: è solo agosto, ma alcuni segnali non vanno ignorati

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Dovbyk

Un’amichevole estiva non può diventare una sentenza. Sarebbe ingeneroso farlo il 9 agosto, con le gambe ancora appesantite dalla preparazione, una squadra in costruzione e Domenico Tedesco impegnato a trasferire progressivamente le proprie idee al nuovo Bologna.

Allo stesso tempo, però, perdere 4-1 contro il Pisa non può essere archiviato semplicemente sotto la voce “calcio d’agosto”.

Il test di ieri a Casteldebole, disputato sulla distanza particolare di 150 minuti, ha mostrato un Bologna ancora lontano dalla versione che dovrà presentarsi all’inizio della Serie A. Il risultato conta relativamente. Il modo in cui è maturato, invece, merita qualche riflessione in più.

Bologna – Pisa 1-4: una sconfitta che lascia qualche dubbio

Il Pisa ha indirizzato la partita con una facilità probabilmente eccessiva. Canestrelli ha aperto le marcature al 22’, Marras ha raddoppiato al 42’ e Vural ha trovato lo 0-3 al 47’.

In meno di mezz’ora il Bologna si è quindi ritrovato sotto di tre reti.

Dallinga ha provato a ridurre le distanze trasformando un calcio di rigore al 67’, ma il Pisa ha successivamente trovato anche il quarto gol, ancora con Marras.

Al di là del tabellino, ciò che può preoccupare maggiormente Tedesco è stata la difficoltà della squadra nel mantenere equilibrio e compattezza. Il Bologna ha concesso situazioni troppo semplici e in alcuni momenti è sembrato faticare nel reagire alle difficoltà.

Per una squadra che vuole continuare a frequentare le zone nobili della Serie A, sono aspetti sui quali intervenire rapidamente.

Tedesco sta costruendo un Bologna diverso

Esiste naturalmente un’enorme attenuante: questo Bologna sta cambiando.

Tedesco sta lavorando per dare alla squadra una propria identità e il passaggio da un sistema consolidato a nuovi principi richiede inevitabilmente tempo. Pressing, distanze tra i reparti, gestione delle transizioni e occupazione degli spazi sono meccanismi che difficilmente possono diventare automatici nel giro di poche settimane.

Contro il Pisa, inoltre, il tecnico ha utilizzato praticamente tutta la rosa.

Il Bologna ha iniziato con Skorupski, Zortea, Helland, Ilic e Miranda, con Moro e Ferguson a centrocampo e Bernardeschi, Dominguez, Cambiaghi e Dallinga nella zona offensiva. Nel corso del lunghissimo test sono poi entrati numerosi altri giocatori, tra cui Vitik, El Azzouzi, De Silvestri, Alhassane, Odgaard, Pobega, Rowe, Orsolini e Dovbyk.

Era quindi difficile aspettarsi continuità per tutti i 150 minuti.

Il risultato conta poco, l’atteggiamento un po’ di più

È probabilmente questo il punto centrale dell’analisi.

Il 4-1 conta poco. Alcune modalità con cui è arrivato contano decisamente di più.

Ad agosto può mancare brillantezza. Può mancare velocità. Possono esserci errori tecnici causati dai carichi di lavoro. Quello che una squadra ambiziosa deve cercare di mantenere sempre è però una struttura riconoscibile.

Il Bologna visto contro il Pisa, soprattutto nella fase in cui gli avversari hanno costruito il proprio vantaggio, è apparso troppo vulnerabile.

Non significa che esista un problema strutturale. Significa semplicemente che Tedesco ha ancora parecchio materiale sul quale lavorare.

E probabilmente è meglio che determinate difficoltà emergano adesso piuttosto che il 24 agosto.

Il mercato può ancora aiutare il Bologna

La partita contro il Pisa offre inevitabilmente anche qualche spunto in chiave mercato.

La rosa rossoblù presenta qualità e alternative, ma alcune situazioni restano aperte e la dirigenza dovrà capire se intervenire ulteriormente prima della chiusura della sessione estiva.

Particolare attenzione merita il reparto difensivo. Non tanto per attribuire ai singoli le responsabilità della sconfitta, quanto perché il Bologna dovrà trovare rapidamente una propria solidità.

Se Tedesco vuole proporre una squadra aggressiva e capace di giocare alta, serviranno sincronismi quasi perfetti. Quando pressione e coperture non funzionano contemporaneamente, il rischio è quello di lasciare troppo campo agli avversari.

Il Pisa lo ha mostrato chiaramente.

Dovbyk e i nuovi hanno bisogno di tempo

Tra gli aspetti più interessanti del lunghissimo test c’era anche la possibilità di vedere all’opera alcuni dei nuovi arrivati.

Su tutti Artem Dovbyk, chiamato progressivamente a diventare un riferimento importante dell’attacco rossoblù.

Anche in questo caso bisognerà avere pazienza. Un centravanti ha bisogno di conoscere i movimenti dei compagni, capire dove ricevere il pallone e soprattutto sviluppare automatismi con trequartisti ed esterni.

Lo stesso discorso riguarda gli altri nuovi elementi inseriti nella rosa.

Il Bologna del campionato, inevitabilmente, dovrà essere molto diverso da quello visto contro il Pisa.

Contro il Brighton servirà una risposta

Il prossimo appuntamento assume allora un interesse particolare.

Il 15 agosto il Bologna affronterà il Brighton in un test internazionale decisamente probante. Non servirà necessariamente vincere per cancellare quanto visto contro il Pisa.

Servirà soprattutto vedere dei progressi.

Più compattezza, maggiore attenzione nelle transizioni, distanze migliori tra i reparti e una squadra capace di reagire immediatamente quando perde il pallone.

Tedesco ha ancora tempo prima dell’inizio della Serie A, ma le settimane cominciano a diventare importanti.

Niente allarmismi, ma il Bologna deve accelerare

Il rischio dopo un 4-1 estivo è sempre quello di cadere in uno dei due estremi: considerare la sconfitta una catastrofe oppure liquidarla completamente perché “tanto è un’amichevole”.

Probabilmente la verità sta nel mezzo.

Non c’è motivo di essere allarmati, ma c’è motivo di pretendere qualcosa in più.

Questo Bologna ha qualità, alternative e giocatori importanti. Ha però anche un nuovo allenatore, diversi elementi da inserire e meccanismi ancora da costruire.

Il 4-1 contro il Pisa può allora diventare persino utile, a patto di leggerlo nel modo corretto. Non come una bocciatura, ma come un avvertimento arrivato nel momento migliore possibile.

Perché agosto concede ancora la possibilità di sbagliare.

Tra poche settimane, invece, gli errori cominceranno a costare punti.

 

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Cabal e Piccoli possono essere gli uomini giusti per il Bologna? Due scommesse molto diverse

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Il mercato, soprattutto ad agosto, porta inevitabilmente a giudicare i giocatori ancora prima che arrivino. Basta un nome per accendere l’entusiasmo oppure provocare qualche perplessità. In queste ore attorno al Bologna stanno prendendo consistenza soprattutto due profili: Juan Cabal per la difesa e Roberto Piccoli per l’attacco.

Due giocatori completamente differenti, accomunati però da un dettaglio: nessuno dei due rappresenterebbe il classico acquisto capace di far impazzire la piazza al momento dell’annuncio.

Ed è proprio per questo che vale la pena ragionarci.

Perché il Bologna degli ultimi anni ha dimostrato diverse volte che il mercato non si misura dalla popolarità di un nome il giorno dell’acquisto. Si misura da quello che quel giocatore riesce a diventare dentro un sistema.

La domanda allora è semplice: Cabal e Piccoli possono davvero migliorare il Bologna?

La risposta, almeno sulla carta, è sì. Ma per motivi molto diversi.

 

Cabal ha caratteristiche che al Bologna possono servire parecchio

Partiamo da Juan Cabal.

Il suo nome è entrato nei discorsi tra Juventus e Bologna soprattutto nell’ambito della trattativa per Jhon Lucumí. La Juve vuole il centrale rossoblù e Cabal è uno dei calciatori che potrebbero contribuire a trovare un’intesa tra i club. Le indiscrezioni del 7 agosto confermano che il colombiano piace concretamente al Bologna.

Considerarlo semplicemente il “sostituto di Lucumi“, però, è assolutamente sbagliato.

Cabal è un difensore differente.

È alto circa 1,86 metri, è mancino e nasce principalmente come terzino sinistro, anche se può giocare all’interno della linea difensiva. Ha quindi quella duttilità che in una stagione lunga può diventare preziosissima.

Può permettere a Domenico Tedesco di modificare struttura anche all’interno della stessa partita, passando da una difesa a quattro a soluzioni più ibride senza necessariamente effettuare sostituzioni.

Ed è probabilmente questo il primo punto a suo favore.

Il Bologna non deve cercare obbligatoriamente la copia esatta di chi parte. Deve trovare giocatori che permettano all’allenatore di costruire nuove soluzioni.

Il vero punto interrogativo di Cabal è fisico

C’è però un elemento impossibile da ignorare.

La carriera recente di Cabal è stata pesantemente condizionata dagli infortuni. Nel novembre 2024 ha subito un grave problema al legamento crociato che lo ha tenuto fuori per molti mesi. Anche nella stagione successiva ha dovuto affrontare diversi stop muscolari, tra problemi al bicipite femorale, affaticamenti e un infortunio all’adduttore.

Questo è probabilmente il vero rischio dell’operazione.

Non le qualità tecniche, anzi Cabal è molto abile tecnicamente

Non l’adattabilità, può fare diversi ruoli.

La continuità e l’affidabilità fisica.

Se il Bologna prendesse Cabal in prestito con diritto di riscatto, come ipotizzato nelle ultime ore, la formula avrebbe quindi parecchio senso. Permetterebbe ai rossoblù di verificare durante la stagione le condizioni fisiche del giocatore prima di affrontare un investimento definitivo.

Un Cabal sano può essere un giocatore molto interessante per il Bologna.

Un Cabal costretto continuamente a fermarsi diventerebbe invece difficile da considerare l’erede principale di Lucumí.

E Piccoli? Forse bisogna guardarlo senza pregiudizi

Ancora più interessante è il discorso relativo a Roberto Piccoli.

Qui probabilmente una parte della tifoseria potrebbe storcere il naso.

Il Bologna si è abituato negli ultimi anni ad avere ambizioni importanti e quando si parla di acquistare un nuovo attaccante viene naturale aspettarsi il nome capace di infiammare immediatamente il Dall’Ara.

Piccoli non appartiene a questa categoria.

Ma questo non significa necessariamente che sia un acquisto sbagliato.

Il classe 2001 ha 25 anni, è alto 1,90 metri e conosce ormai molto bene la Serie A. La sua crescita è stata più lenta rispetto alle aspettative che lo accompagnavano ai tempi dell’Atalanta, ma al Cagliari ha finalmente trovato quella continuità che gli era sempre mancata.

Nella stagione 2024/25 ha segnato 10 gol in campionato, risultando il miglior marcatore del Cagliari.

Un dato che merita attenzione.

Perché dieci gol realizzati in una squadra impegnata soprattutto nella lotta per non retrocedere non sono esattamente pochi.

Piccoli potrebbe essere più utile di quanto raccontino i numeri

Il punto interessante, però, riguarda soprattutto il modo di giocare.

Piccoli è un attaccante fisico. Sa lavorare contro i centrali, può giocare spalle alla porta, attacca l’area e rappresenta una soluzione importante nel gioco aereo.

Non è un centravanti che vive soltanto aspettando il pallone davanti al portiere.

Durante l’esperienza di Cagliari è stato utilizzato anche per pressare, sporcare la costruzione avversaria e lavorare per la squadra. Lo stesso attaccante spiegò nel febbraio 2025 come la continuità fosse stata fondamentale per la sua crescita, mentre la Serie A lo ha descritto come un centravanti capace di unire fame, lavoro per i compagni e presenza offensiva.

Sono caratteristiche che possono avere senso nel Bologna.

Soprattutto perché Piccoli non arriverebbe necessariamente per diventare l’unico centravanti della squadra.

Ed è questa la chiave.

Dovbyk

Dovbyk e Piccoli sarebbero due attaccanti diversi

Con Artem Dovbyk già inserito nel nuovo progetto rossoblù, prendere Piccoli avrebbe un significato differente rispetto all’acquisto di una prima punta titolare.

Tedesco avrebbe due attaccanti fisici, certo, ma con caratteristiche non completamente sovrapponibili.

Piccoli può essere utilizzato nelle partite più sporche, può aumentare il peso offensivo negli ultimi venti minuti e, soprattutto, permetterebbe di gestire Dovbyk senza costringerlo a giocare praticamente sempre.

In determinate situazioni si potrebbe persino immaginare una squadra con entrambi.

Una soluzione magari non destinata a diventare quella principale, ma estremamente utile quando bisogna recuperare una partita o affrontare avversari molto bassi.

Se dovesse partire Dallinga, come appare possibile in questa fase del mercato, l’arrivo di un altro numero nove diventerebbe praticamente necessario. Le indiscrezioni del 7 agosto indicano proprio Piccoli come il principale obiettivo rossoblù nel caso in cui l’olandese lasciasse Bologna.

Il problema è quanto spendere per Piccoli

Anche qui, però, bisogna fare una distinzione.

Piccoli può essere utile al Bologna? Sì.

Vale qualsiasi cifra? Ovviamente no.

Questo è probabilmente il punto sul quale Sartori e Di Vaio dovranno essere particolarmente bravi.

La Fiorentina ha investito molto sull’attaccante soltanto un anno fa e difficilmente vorrà regalarlo. Per il Bologna avrebbe senso arrivare a Piccoli con una formula o una valutazione coerente con il ruolo che avrebbe nella rosa.

Spendere una cifra enorme per quello che inizialmente potrebbe essere il secondo centravanti cambierebbe completamente il giudizio sull’operazione.

Prenderlo invece alle condizioni giuste significherebbe aggiungere un attaccante italiano di 25 anni, già esperto della Serie A e ancora potenzialmente migliorabile.

Ed è esattamente il genere di calciatore sul quale il Bologna ha spesso saputo lavorare bene.

Cabal e Piccoli non fanno sognare, ma potrebbero avere senso

Alla fine la valutazione sui due possibili acquisti porta allo stesso punto.

Cabal e Piccoli non sarebbero due colpi da copertina.

Probabilmente nessuno dei due, preso singolarmente, verrebbe accolto come il grande acquisto dell’estate rossoblù.

Ma il mercato non è il Fantacalcio.

Una squadra ha bisogno anche di giocatori funzionali, complementari e acquistati nel momento giusto della carriera.

Cabal ha fisicità, piede mancino e capacità di occupare diverse posizioni della difesa. Se sta bene fisicamente, a Bologna potrebbe trovare l’ambiente ideale per rilanciarsi dopo due stagioni complicate.

Piccoli ha invece raggiunto un’età nella quale non può più essere considerato semplicemente una promessa. Ha già dimostrato di poter segnare in Serie A e potrebbe trasformarsi in un’alternativa molto più affidabile di quanto sembri.

Entrambi hanno dei punti interrogativi.

Per Cabal riguarda soprattutto la tenuta fisica.

Per Piccoli il rapporto tra costo dell’operazione e ruolo nella squadra.

Ma alle condizioni corrette sono due operazioni che avrebbero una logica precisa.

E forse è proprio questo il punto.

Il Bologna non ha bisogno di acquistare figurine. Ha bisogno di costruire una rosa abbastanza profonda da affrontare una stagione nella quale le aspettative non sono più quelle di qualche anno fa.

Cabal e Piccoli potrebbero non essere i nomi che fanno sognare il tifoso l’8 agosto.

Ma potrebbero essere esattamente quel tipo di giocatori che, qualche mese dopo, fanno dire: Sartori aveva visto giusto ancora una volta.

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Gli argentini nella storia del Bologna: dai fratelli Badini a Mikel Amondarain

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Il rapporto tra il Bologna e il calcio argentino attraversa oltre un secolo di storia. Alcuni giocatori hanno lasciato un ricordo profondo, altri sono rimasti sotto le Due Torri soltanto per pochi mesi.

C’è chi è diventato un simbolo del club, chi ha utilizzato Bologna come trampolino verso una grande carriera e chi non è riuscito a esprimere completamente il proprio talento. Con l’arrivo di Mikel Amondarain, annunciato il 29 luglio 2026, sono diventati 17 i calciatori argentini ad aver indossato la maglia rossoblù.

Angelo Badini, il primo argentino del Bologna

La storia comincia con Angelo Badini, nato a Rosario da una famiglia di origine bolognese. Centrocampista e successivamente centromediano, fu uno dei primi grandi trascinatori del Bologna. Carismatico, generoso e tecnicamente molto preparato, divenne capitano e contribuì alla crescita del club negli anni precedenti e successivi alla Prima guerra mondiale. Morì prematuramente nel 1921, ma il vecchio campo dello Sterlino venne intitolato alla sua memoria.

Emilio Badini

Fratello minore di Angelo, Emilio Badini possedeva caratteristiche maggiormente offensive. Era dotato di un tiro potentissimo e venne considerato uno dei primi veri realizzatori della storia rossoblù. Con il Bologna disputò 38 partite e segnò 24 gol. Nel 1920 diventò anche il primo giocatore del club a vestire la maglia della Nazionale italiana, segnando contro la Norvegia alle Olimpiadi di Anversa. Un grave infortunio al ginocchio interruppe molto presto la sua carriera.

Augusto Badini

Il terzo rappresentante della famiglia fu Augusto Badini, conosciuto anche come “Nene” e indicato negli archivi come Badini IV. Attaccante nato a Rosario nel 1904, ebbe un ruolo meno importante rispetto ad Angelo ed Emilio, ma completò quella che può essere considerata la prima dinastia argentina del Bologna. La sua esperienza si sviluppò nei primi anni Venti, quando il club stava costruendo le basi per diventare una delle grandi potenze del calcio italiano.

Hugo Giorgi

Bisogna attendere il secondo dopoguerra per incontrare un altro argentino. Hugo Giorgi arrivò al Bologna dopo essersi messo in evidenza con River Plate e Audax Italiano. Nel 1945 era stato capocannoniere del campionato cileno. Attaccante tecnico e abile negli ultimi metri, giocò due stagioni in rossoblù tra il 1947 e il 1949, totalizzando 22 presenze e 5 reti in Serie A.

René Seghini

René Seghini venne acquistato nel 1956 dopo le esperienze con Boca Juniors, Platense e Independiente Medellín. Attaccante rapido e brevilineo, arrivò in Italia accompagnato da aspettative importanti. La sua avventura, però, si concluse quasi immediatamente: disputò solamente tre partite di campionato e tornò in Sudamerica dopo pochi mesi. È ricordato come uno dei trasferimenti più particolari nella storia rossoblù.

Humberto Maschio

Ben diverso fu il valore assoluto di Humberto Maschio, uno dei protagonisti del grande calcio argentino degli anni Cinquanta. Insieme a Omar Sívori e Antonio Angelillo formò il celebre reparto offensivo soprannominato “gli angeli dalla faccia sporca”. Arrivò al Bologna nel 1957 e rimase fino al 1959, realizzando 13 gol in 43 presenze di campionato. Interno offensivo elegante e intelligente, proseguì poi la carriera con Atalanta, Inter e Fiorentina.

Julio Ricardo Cruz

Nel 2000 cominciò l’epoca moderna degli argentini rossoblù con Julio Ricardo Cruz. Soprannominato “El Jardinero”, era un centravanti alto e potente, ma possedeva anche una tecnica raffinata. Dopo un periodo iniziale di adattamento divenne il riferimento dell’attacco bolognese. In tre stagioni collezionò 99 presenze e 30 reti, conquistandosi successivamente il trasferimento all’Inter. È ancora oggi uno degli argentini più amati passati dal Dall’Ara.

Andrés Guglielminpietro

Andrés Guglielminpietro, conosciuto semplicemente come “Guly”, arrivò a Bologna dopo aver giocato con Milan e Inter. Centrocampista capace di muoversi sia centralmente sia sulle fasce, disputò una sola stagione in rossoblù. Chiuse la sua esperienza con 18 presenze e 2 gol, senza riuscire a trovare quella continuità che aveva caratterizzato le prime stagioni italiane.

Pablo Daniel Osvaldo

Pablo Daniel Osvaldo vestì la maglia del Bologna tra il 2009 e il 2010. Attaccante fisico, tecnico e dotato di grande personalità, alternò giocate spettacolari a periodi meno convincenti. Segnò alcuni gol importanti, ma non riuscì a imporsi definitivamente come titolare. Lasciò Bologna per trasferirsi all’Espanyol, prima di vivere altre esperienze prestigiose con Roma, Juventus, Inter e Boca Juniors.

Jonathan Cristaldo

Jonathan Cristaldo arrivò nel settembre 2013 in prestito dal Metalist. Soprannominato “El Churry”, era un attaccante mobile, aggressivo e abituato ad attaccare la profondità. Mostrò buone qualità, senza però incidere con continuità in una stagione molto complicata, terminata con la retrocessione del Bologna. Al termine del campionato non venne riscattato.

Franco Zuculini

Nel 2014 il Bologna puntò su Franco Zuculini per affrontare il campionato di Serie B. Centrocampista combattivo, dinamico e generoso, esordì in rossoblù nella trasferta di Perugia. La sua esperienza venne condizionata da problemi fisici e non riuscì a trasformarsi in un protagonista duraturo del nuovo ciclo bolognese.

Rodrigo Palacio

Rodrigo Palacio arrivò nel 2017 e diventò immediatamente un leader tecnico e comportamentale. Pur essendo nella parte finale della carriera, mise al servizio del Bologna intelligenza, movimento e disponibilità al sacrificio. In quattro stagioni disputò 132 partite e segnò 20 gol. La sua professionalità e la capacità di aiutare i compagni più giovani lo hanno reso uno degli stranieri più apprezzati degli ultimi anni.

Nehuén Paz

Nehuén Paz fu il tredicesimo argentino della storia rossoblù. Difensore centrale mancino, molto strutturato fisicamente e portato alla marcatura, arrivò nel gennaio 2018. Venne utilizzato soprattutto come alternativa, senza conquistare stabilmente un posto da titolare. Il momento più significativo fu il gol segnato contro l’Atalanta nel dicembre 2020.

Nicolás Domínguez

Acquistato dal Vélez Sarsfield nel 2019 e arrivato definitivamente a Bologna nel gennaio 2020, Nicolás Domínguez diventò uno dei centrocampisti più importanti della squadra. Tecnico, dinamico e abile nel recupero del pallone, superò le 100 presenze ufficiali in rossoblù. La sua crescita italiana gli permise di consolidarsi anche nella Nazionale argentina, prima del trasferimento al Nottingham Forest nel 2023.

Santiago Castro

Santiago Castro arrivò dal Vélez nel gennaio 2024 come quindicesimo argentino della storia del Bologna. Punta completa, generosa e capace di muoversi su tutto il fronte offensivo, si fece apprezzare per potenza, pressing e senso del gol. Il suo contributo accompagnò una delle fasi più importanti della storia recente rossoblù, prima della cessione alla Roma nell’estate 2026.

Benjamín Domínguez

Nell’agosto 2024 il Bologna acquistò Benjamín Domínguez dal Gimnasia La Plata. Ala sinistra brevilinea e fantasiosa, ama partire largo, puntare il difensore e rientrare sul piede destro. La rapidità e il dribbling rappresentano le sue qualità principali. Il suo percorso italiano è stato caratterizzato da una crescita graduale e dalla vittoria della Coppa Italia nella stagione 2024-2025.

Mikel Amondarain, l’ultimo acquisto del Bologna

L’ultimo arrivato è Mikel Amondarain, acquistato a titolo definitivo dall’Estudiantes il 29 luglio 2026. Classe 2005, è un centrocampista moderno capace di ricoprire diverse posizioni. Abbina intensità, dinamismo, ordine tattico e qualità nella gestione del pallone. Considerato uno dei prospetti più interessanti del calcio argentino, è il diciassettesimo rappresentante dell’Albiceleste nella storia del Bologna.

Da Angelo Badini ad Amondarain sono trascorsi più di cento anni. Le loro storie raccontano epoche completamente differenti, ma confermano il legame particolare tra Bologna e l’Argentina: una relazione costruita attraverso talento, carattere, grandi intuizioni di mercato e qualche inevitabile scommessa non riuscita.

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Mikel Amondarain, il ragazzo di Bavio che vuole conquistare Bologna

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Amondarain

Il Bologna non ha acquistato soltanto un giovane centrocampista argentino. Ha scelto una storia fatta di provincia, sacrifici, famiglia e crescita silenziosa. Mikel Amondarain arriva in Italia senza il clamore che accompagna alcuni talenti sudamericani, ma con caratteristiche che sembrano adattarsi perfettamente alla filosofia rossoblù: intensità, duttilità, personalità e disponibilità al lavoro.

Nato il 6 gennaio 2005 a General Mansilla e cresciuto nella zona di Bavio, Amondarain rappresenta una tipologia di calciatore sempre più ricercata nel calcio europeo. Non è un regista classico, non è soltanto un mediano difensivo e non può essere considerato una semplice mezzala. È un centrocampista moderno, capace di occupare più zone del campo e di interpretare la partita in base alle esigenze della squadra.

Il Bologna lo ha acquistato a titolo definitivo dall’Estudiantes de La Plata, presentandolo come un giocatore in grado di abbinare dinamismo, intensità e qualità nella gestione del pallone. È il diciassettesimo argentino nella storia del club rossoblù.

Una storia cominciata lontano dai grandi stadi

Prima degli impianti pieni, delle competizioni internazionali e del trasferimento in Serie A, nella vita di Amondarain c’erano la campagna argentina, gli animali e un pallone calciato praticamente ovunque.

La sua famiglia è profondamente legata al lavoro rurale. Mikel è cresciuto in un ambiente semplice, lontano dalle pressioni tipiche delle grandi città calcistiche argentine. Da bambino ha iniziato a giocare nel Racing de Bavio, la squadra del suo paese. In quel periodo veniva utilizzato soprattutto come attaccante e segnava molti gol. Soltanto durante il percorso giovanile sarebbe stato arretrato progressivamente, fino a trovare la propria dimensione ideale a centrocampo.

La sua infanzia è stata segnata anche dalla scomparsa del padre Domingo, morto in un incidente stradale nel marzo del 2011, quando Mikel aveva appena sei anni. La madre Rocío Marinangeli e il nonno José, conosciuto come “Cheche”, hanno avuto un ruolo fondamentale nella sua crescita, accompagnandolo negli allenamenti e sostenendolo durante il lungo percorso verso il professionismo.

Amondarain non ha mai nascosto il legame con la propria famiglia. Dopo il primo gol realizzato con la prima squadra dell’Estudiantes, segnato nel marzo 2026 contro il Central Córdoba, rivolse immediatamente il pensiero al padre e alle persone che lo avevano accompagnato fino a quel momento. Non fu soltanto una rete: rappresentò la conclusione simbolica di un viaggio iniziato molti anni prima sui campi della provincia argentina.

L’Estudiantes come scuola di calcio e di vita per Amondarain

Dopo le prime esperienze al Racing de Bavio, Amondarain entrò giovanissimo nel settore giovanile dell’Estudiantes. Nel club di La Plata completò la propria trasformazione da attaccante a centrocampista, imparando a leggere il gioco, occupare gli spazi e partecipare alla costruzione della manovra.

L’Estudiantes lo ha formato seguendo una tradizione precisa: disciplina tattica, spirito di appartenenza e disponibilità al sacrificio. Mikel è diventato capitano nelle categorie giovanili e uno dei punti di riferimento della squadra riserve. Nel 2025 firmò il primo contratto professionistico e venne aggregato stabilmente alla prima squadra.

Il debutto arrivò il 26 luglio 2025, nella vittoria esterna per 1-0 contro il Racing Club. Gli bastarono poche partite per guadagnare spazio e attenzione. Nell’agosto dello stesso anno arrivò anche la prima convocazione con la Nazionale argentina Under 20, un riconoscimento importante per un ragazzo che aveva disputato soltanto una manciata di incontri nella massima divisione.

Con l’Estudiantes ha vissuto anche l’esperienza della Copa Libertadores e ha contribuito alla conquista del Torneo Clausura 2025. Il suo addio al club è stato particolarmente sentito. Nel messaggio pubblicato prima della partenza per Bologna, Amondarain ha ringraziato compagni, allenatori, dirigenti, staff e familiari, definendo l’Estudiantes la società che lo aveva formato non soltanto come calciatore, ma anche come persona.

Come gioca Mikel Amondarain

La definizione più immediata è quella di centrocampista box-to-box. Amondarain possiede però una duttilità superiore a quella suggerita da questa semplice etichetta.

Può giocare come mediano in un centrocampo a due, come interno in una linea a tre oppure come centrocampista più libero di avanzare e accompagnare l’azione. Nell’Estudiantes è stato utilizzato inizialmente vicino al regista, con compiti soprattutto di equilibrio e recupero del pallone. Nel corso del 2026 ha ricevuto maggiore libertà offensiva, iniziando a inserirsi con più continuità e a occupare l’area avversaria.

Il suo primo punto di forza è l’intensità. Amondarain cerca il contrasto, accorcia sugli avversari e partecipa con convinzione alla pressione. Non rimane passivo davanti alla giocata, ma prova ad anticiparla. Questa caratteristica gli consente di recuperare palloni e di mantenere compatta la squadra.

Il secondo elemento interessante riguarda la gestione del possesso. Non è un centrocampista innamorato della giocata complicata. Preferisce controllare, alzare la testa e muovere rapidamente il pallone. Possiede un buon primo passaggio e sa cambiare il lato dell’azione quando trova spazio. L’Estudiantes lo descriveva già nel 2025 come un box-to-box aggressivo nel recupero, tecnico nel controllo e particolarmente efficace nella prima trasmissione.

Fisicamente supera il metro e ottanta e dispone di una struttura che gli permette di reggere i duelli. Non basa il proprio gioco su accelerazioni devastanti. Cerca piuttosto di compensare attraverso il posizionamento, la lettura anticipata dell’azione e la continuità negli spostamenti.

Il lavoro senza palla rimane una parte centrale del suo calcio. Amondarain segue lo sviluppo della manovra, copre le avanzate dei compagni e prova a occupare gli spazi lasciati liberi. Quando parte in avanti, tende a farlo con tempi interessanti. Non è ancora un centrocampista da tanti gol, ma il rendimento del 2026 ha mostrato una crescita evidente anche negli ultimi metri.

Prima del trasferimento in Italia aveva raccolto, considerando tutte le competizioni della stagione argentina 2026, 24 presenze, 4 gol e 3 assist. In campionato aveva realizzato due reti e fornito un assist, aggiungendo un gol in Copa Argentina e uno in Copa Libertadores.

Dove deve ancora migliorare

Amondarain arriva a Bologna come talento da sviluppare, non come giocatore già completo. La differenza tra il calcio argentino e la Serie A rappresenterà il primo vero esame.

In Italia avrà meno tempo per controllare il pallone e scegliere la giocata. Dovrà aumentare la velocità delle decisioni, imparare a riconoscere i momenti nei quali accompagnare l’azione e quelli nei quali proteggere la posizione. Anche la gestione del pressing richiederà attenzione: correre molto non significa sempre correre bene.

Un altro margine di crescita riguarda la personalità nella costruzione. Amondarain possiede qualità tecniche, ma dovrà avere il coraggio di chiedere il pallone anche nelle fasi più difficili. Per diventare un centrocampista di livello europeo non basterà recuperare e distribuire in maniera ordinata. Dovrà imparare a influenzare la partita.

La giovane età gioca dalla sua parte. A ventuno anni ha già conosciuto la pressione di un club importante come l’Estudiantes, ha giocato la Libertadores e ha partecipato a una stagione vincente. La base mentale appare quindi solida.

BOLOGNA

Perché può essere utile al Bologna

Il Bologna ha scelto Amondarain perché vede in lui un giocatore compatibile con un calcio dinamico e aggressivo. La sua duttilità permette di immaginarlo in diverse posizioni, senza obbligare l’allenatore a modificare completamente il sistema.

Può diventare il centrocampista incaricato di dare equilibrio, ma possiede anche le caratteristiche per trasformarsi in un incursore. Può giocare vicino a un regista più tecnico oppure affiancare un elemento fisico. Soprattutto, può garantire energia nelle due fasi.

Non bisogna aspettarsi immediatamente un dominatore della Serie A. Amondarain avrà bisogno di conoscere il campionato, comprendere le richieste tattiche e adattarsi a un contesto completamente nuovo. Il Bologna, però, negli ultimi anni ha dimostrato di saper lavorare sui giovani e di non avere paura di concedere loro spazio quando mostrano qualità e applicazione.

L’investimento sul centrocampista argentino segue proprio questa idea: anticipare la concorrenza, prendere un calciatore prima della definitiva consacrazione e accompagnarlo nel salto verso un livello superiore.

Un acquisto che racconta una strategia

Mikel Amondarain non arriva in Italia come una stella costruita dal mercato. Arriva come un ragazzo che si è guadagnato ogni passaggio della propria carriera.

Ha iniziato giocando da attaccante nel suo paese, è diventato centrocampista nell’Estudiantes, ha attraversato momenti familiari dolorosi e ha trasformato il sostegno della madre e del nonno nella propria forza. Il trasferimento al Bologna rappresenta il punto più alto raggiunto fino a questo momento, ma non il traguardo definitivo.

Il suo calcio non vive di una singola qualità spettacolare. Vive della somma di tante caratteristiche: corsa, ordine, recupero, tecnica, inserimento e intelligenza tattica. È proprio questa completezza potenziale ad aver convinto il Bologna.

Amondarain dovrà dimostrare di poter trasferire tutto questo nella velocità e nella complessità della Serie A. Il talento non manca. La storia personale racconta determinazione, pazienza e capacità di adattamento.

Adesso comincia la parte più difficile. E probabilmente anche quella più affascinante: trasformare il ragazzo di Bavio in un centrocampista capace di lasciare il segno a Bologna.

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